Archivio di February 2008

Vede la fine in metropolitana

Friday 29 February 2008


© hcmedkamera

L’ho trovata la mia Anna.
L’ho trovata tra un mucchietto di dispense universitarie e la fragile esistenza di una sigaretta proibitissima. L’ho trovata nei pacchetti vuoti di patatine, nei manifesti ai muri, nelle puttane che in metropolitana ci entrano solo la sera tardi. Ho trovato la mia Anna seduta ad aspettare la metro. Seduta dove nessuno ha il coraggio di posare il culo. Seduta sopra la famigerata linea gialla. Qualche minuto, la metro che non arriva e due dell’Atac che le chiedono gentilmente di alzarsi, che lì non può stare, che sta per arrivare il treno. Lei appare riluttante, butta la cicca ormai spenta tra i binari e si alza. Svogliata. Come se fosse l’unica cosa che non volesse fare. E’ in quell’istante che i nostri sguardi si incrociano. Incrociarsi non è il verbo esatto. Cioè, si incrociano come potrebbero farlo due rette parallele. Si incrociano ma è come se non lo facessero. Siamo troppo diversi, io e Anna. Io mi professo anticonformista, lei lo è. E sebbene ciò mi dia un fastidio enorme, vorrei abbracciarla. Dirle di continuare così, di dare a me e ad altri una parvenza di ribellione, di regalarmi qualche boccata di uno scipìto sessantotto. Ha le labbra carnose, ma spaccate dal freddo. Si avvicina a piccoli passi e deve aver letto paura nei miei occhi. Paura di non sostenere una conversazione, di non sapere cosa diavolo dire.
“Ce l’hai una sigaretta?”
No, Anna. Io non ho una sigaretta.
Io mi sono adattato alla mia vita, senza neanche accorgermene.
Lotta tu per me. Io mi faccio pena da solo.

E sarò un bohémien…

Thursday 28 February 2008


@ soleitude

“Quando lei se ne andò, mi ricordo bene il suo sguardo.
Lasciò qui la giacca. Il mio amore è freddo.”
(Panico! - Baustelle)

Prenderò ancora una volta la scala. Mi arrampicherò sopra l’armadio, a fatica cercherò di afferrare la grossa valigia. Barcollando scenderò i pioli e poserò il mio ingombro sul pavimento freddo. Poi spalancherò le ante, comincerò a selezionare i vestiti per poi accorgermi che mi serve di tutto. E che, molto probabilmente, non ho bisogno di nulla. Se non uno zainetto, il mio computer, le mie macchine fotografiche e qualche diario. Farò la mia valigia, come sempre negli ultimi tempi. Scorderò qualcosa, come sempre negli ultimi tempi. Chiuderò la cerniera, farò una doccia, prenderò un aereo che mi porterà verso nord. E sono ingenuo, perchè penso che vorrei tanto abitare per venti giorni in un monolocale al centro di Parigi, pronto a far la spola tra la Bibliothèque nationale de France e il Musée Guimet. E non mi accorgo del fatto che sarei ugualmente solo. Ancora più di qui. Ma questa è un’altra storia, e forse la racconterò in un altro momento…

Dark room - Baustelle

Wednesday 27 February 2008

Ciao. Che fai? Mi vuoi? Ok!
Ti va? Di qua. Ci sei? Ne fai miracoli?
Reciti bene. Io non so chi sei.
Vorrei gli dèi quaggiù perché così rinascerei senza guai.
Dark room.
Che cosa vuoi? Tramonti.
Che cosa dai? Che sconti fai?
Che occhi neri hai.
Tu sei qui con me, vicino a me… che posto strano.
Io ti annuso e ti codifico: essere umano!
No. Non vuoi? Perché? Non so.
Ci stai? Così non posso…
Gli altri guardano proprio noi.
Dark room.
No. Così non va, non sei gli dèi per me
perché c’è brutta musica. Stupida.
Dark room.
Che segno sei? Leone.
Quanti anni hai? E che progetti fai su di me?
Tu sei qui con me, vicino a me… che posto strano.
Io ti annuso e ti codifico: essere umano!
Tu sei qui con me, vicino a me… mi sembri strano.
Cicca spenta sul parquet, ti prendo e poi ti fumo.

Welcome to…

Monday 25 February 2008


© kippefinger

“Se non tieni gli occhi fissi al cielo sei spacciato.”
(Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini)

Ho le dita impiastricciate di colla.
Gli occhi mi bruciano.
Le gambe mi fanno male e il mio dolore continua.
La mano destra non sembra rispondere agli stimoli.
Ma sono felice. Felice perchè Roma alle otto di mattina è un qualcosa di speciale, perchè tornare alla Biblioteca Nazionale mi fa venire in mente un periodo della mia vita fantastico, perchè avere finalmente un obiettivo (che non fosse “dài qualche esame”) mi fa tornare vivo. E vegeto. Ho avuto qualche giorno di sbattimento. Pensavo fosse qualcosa di veramente grave ma stranamente proprio questo “pensare negativamente” mi ha dato la scossa. A parole dovrei ringraziare Fabrizio (per il tiramisù e mai nome fu più profetico!), Ambra (per il cous cous alle verdure, Ascanio Celestini e le canzoni di Battisti sulla Palmiro Togliatti, tra una puttana e un trans), Ilaria (per la fantastica, quanto infruttuosa, ricerca del Giardino degli Aranci), Federica (per le telefonate costanti e amorevoli), l’altra Federica (per esserci stata, anche se virtualmente e con le migliori intenzioni), Alessia (perchè la sua voce era davvero preoccupata e questo mi ha fatto capire quanto mi voglia bene), Lucia (per l’incessante richiesta di particolari e perchè sa essere un’ottima mamma), Giulia (perchè, nonostante le incomprensioni, poi si riesce sempre a risolvere tutto e va sempre meglio di come andava prima) e tutti quelli che, in un modo o nell’altro, più o meno velatamente, mi sono stati accanto.
E ora, scusatemi, ma ci sono 25 aquiloni da preparare.
Ho poco tempo e tanto sonno… Però son tornato!

P.S.: chi manifesterà il suo giubilo per il mio ritorno, avrà diritto a un caffè decaffeinato (o, a scelta, un thé deteinato) insieme a una pasta secca (senza zucchero). Fino a esaurimento scorte.

Qualcosa di più importante

Friday 22 February 2008

Questo blog entra in ferie forzate. Per un po’ non scriverò nulla, probabilmente non leggerò neanche i vostri blog, mi vedrete su msn sporadicamente. Devo staccare da tutto ciò, devo farlo prima di tutto per me stesso… Quando ne uscirò, tornerò sicuramente.

Missione “Clarence & Greta”

Friday 22 February 2008


© antonionemoamato

Continua la serie dei ritratti.
Stavolta avevo a mia disposizione una modella d’eccezione: Bianca. L’idea mi era venuta guardando qualche spezzone di un vecchio film con Greta Garbo: Ninotchka. Poi mi sono messo alla ricerca di qualche scatto della diva e ho trovato i fantastici ritratti di Clarence Sinclair Bull, suo fotografo per lungo tempo. Oramai nella mia mente era tutto pronto; avevo già chiare le angolazioni e la composizione delle fotografie, il taglio da dare, ecc ecc. La location è stata abbastanza semplice da trovare: il vecchio salone di Benny, mio amico e curatore delle luci (nonchè ragazzo della modella). Quasi una ventina di scatti che sono scampati ad uno scempio vero e proprio: il laboratorio fotografico presso cui avevo portato il rullino mi ha praticamente danneggiato il negativo, con strisciate, graffi e ditate. Qualche scatto, purtroppo, è andato perso. Il set completo si trova qui. Qui invece le foto del backstage.

Where is Jerusalem?

Friday 22 February 2008


© smemphis

Sul sito Monopoly World Edition si svolgono votazioni on line per decidere le città che saranno inserite nella prossima edizione del gioco omonimo. Tra Buenos Aires, Sofia, Montreal, Vienna, Roma, compare anche (com’è ovvio) Jerusalem. Inizialmente la città era, così come per le altre metropoli, associata a una nazione: Israele. Questo non ha fatto altro che scatenare le ire dei palestinesi. Si potrebbe obiettare che ci sono cose molto più urgenti e importanti di uno stupido gioco da tavolo, ma conosciamo abbastanza bene la sensazione che provavamo da piccoli quando, espropriati di qualcosa di nostro da un cugino più grande e più forte, tutti i nostri parenti non facevano altro che stare dalla sua parte. Mettendoci in ridicolo e gettandoci nell’assoluto sconforto. Sarebbe carino, a questo punto, che la società editrice del gioco (la Hasbro) decidesse di inserire sì le città, omettendone però la nazione di appartenenza. Si insegnerebbe così, a grandi e piccini, il senso del termine “cittadino del mondo”.

Ummæli

Friday 22 February 2008

Ho letto di questa iniziativa.
La cosa mi ha fatto sorridere: una conquista dell’Islanda a suon di commenti, uno scambio (inter)culturale tra due blogosfere. Sembra però che la cosa non sia presa con altrettanta goliardia nelle ghiacciate lande islandesi. Lui è abbastanza esplicito a tal proposito. Che in Islanda comincino a vedere i blogger italiani come una masnada di virtuali scassa-minchia (mi si perdoni il francesismo, ma non sapevo come scriverlo in islandese)? L’esperimento continua. L’unica consolazione che ci rimane è che gli islandesi, a causa delle rigide temperature invernali, non riuscirebbero nell’impresa di dare alle fiamme la nostra ambasciata in segno di protesta.

Aggiornamento
Una simpatica lettrice mi fa notare come la frase di cui sopra possa essere tradotta abbastanza agilmente in islandese. L’esilarante risultato sarebbe pressappoco questo: masnáðæ ðý vjrtúalí skássa-mjnkíæ.

Ciò che chiamiamo rosa

Thursday 21 February 2008


© hez_photography

E poi le mani che hai
vengono incontro con il tuo buon senso…

Vederti attraversare quella porta. I tuoi piedi incontro a me. Le tue mani sui miei fianchi. Appeso tutto al chiodo, ti sei ricordata di me. Di quello che probabilmente sono per te. Ti sei improvvisamente ricordata del mio calore, del mio sguardo, del mio guardarti dall’alto stupito dai tuoi movimenti. E sono state lacrime e passione, regali e indecisione, suppliche e risolutezze. Appeso tutto al chiodo, mi apprestavo a tornare alla vita. Grazie al tuo pianto profumato, alla curva del tuo cuore, alla chiave di sol che mi ha permesso di accordarmi. Ora resta il ricordo e la voglia. Il ricordo di ciò che è stato. La voglia di ciò che sarà. Nel mezzo, noi… vittime e carnefici.

Hai mai torturato qualcuno così?

La putìa #2

Wednesday 20 February 2008

Erano giorni d’agosto. Ci si svegliava presto, quando ancora i nostri genitori si strofinavano sudati tra lenzuola calde d’estate e d’amore. E noi già svegli a sgambettare nella casa piena di sole mattutino; le mani a stropicciare gli occhi, un ditino che superava l’elastico del pantaloncino e grattava la pelle del fondoschiena, il rumore della plastica che avvolgeva le crostatine (pronte a finire al più presto nella bocca di mia cugina), il latrato di un cane chissà dove nella campagna. Ci si lavava tutti insieme nel bagno minuscolo, tra una piccola rissa per il possesso dell’asciugamano e qualche risata soffocata per non svegliare i grandi. E poi le biciclette, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle e nessun pensiero in testa. Così come sanno essere solo i bambini. Ci perdevamo per le strade di campagna, tra l’odore dell’erba secca e l’aspro sapore della saliva nelle nostre bocche. Gli zoccoli di legno, quelli con la fibia in cuoio. Le magliette sdrucide, consumate dalle tarme che si rintanavano nei cassetti della casa di campagna. Magliette sempre fresche di bucato, ma con qualche forellino in più… Ma sì, siamo in campagna; chi vuoi che noti qualche buchetto in più o in meno! Io tenevo sempre un polsino giallo con la cerniera, un gadget dei mondiali del 1990: ci mettevo i soldini prima di uscire di casa. Tre, quattromila lire al massimo. E su quei pedali durissimi ci recavamo al panificio del paese più vicino. Ogni mattina. Di ogni agosto passato in campagna. E compravamo sempre le stesse cose: 8 panini all’olio e 4 ciambelline con lo zucchero a velo. Il ritorno verso casa con la busta di carta marrone tenuta tra i denti, con quell’odore di pane caldo che ti si infilava nelle piccole narici. Con quell’odore di pane caldo che l’avresti ricordato anche a distanza di quindici anni. Con quell’odore di pane caldo che lo vorresti sentire anche adesso. Dopo quindici anni.