La nebbia agli irti colli…
Puntai la sveglia alle 6:00.
Conoscendo mio cugino, avevo preventivato il tempo necessario per svegliarmi, fare colazione (un bicchiere d’acqua), andare al garage di nonna per prendere sci e scarponi, vestirmi e farmi trovare sotto casa alle 7:00. Puntuale. Avevo puntato la sveglia alle 6:00. La sveglia ha deciso che era troppo presto. E non ha suonato.
Sento una mano che si posa sul mio piede sinistro e lo scuote. E’ mio padre. Ha suonato Lorenzo e, al mio quesito esistenziale circa il settore spazio-temporale in cui mi collocavo, il mio genitore si preoccupa di aggiornarmi: “Sono le sette e mezza”. Cazzo… Ho solo pochissimi minuti per uscire la tuta da neve, vestirmi, cercare di lavare i denti mentre metto le doppie calze, infilare nello zainetto Ferrino sciarpa, guanti da neve, guanti da catene, macchina fotografica, iPod Shuffle, portafoglio e telefonino. Alle 7:40 sono sotto. Dopo aver prelevato sci e scarponi, partiamo. Siamo in ritardo di un’ora ma, per fortuna, mio cugino non sbuffa più di tanto.
L’arrivo sull’Etna è fantastico. Ci accoglie, come sempre, un paesaggio brullo e selvaggio. La neve si mischia alle rocce vulcaniche ed è un tripudio di bianco e nero, di sporadiche ginestre, di comignoli innevati. Fa parecchio freddo e la nebbia si infittisce. Finchè non ci tocca scendere dalla macchina per montare le catene, scivolando sul ghiaccio. Il resto è una giornata passata a sciare nella nebbia più fitta. Praticamente sembrava di nuotare in un gigantesco bicchiere di latte. Bastava un solo sbaglio e immediatamente si sarebbe cambiata pista, compromettendo irrimediabilmente la propria salute (mentale e fisica). Un bicchiere di cioccolata calda (anche se io la preferisco in tazza), un panino e una Coca. Poi di nuovo in pista, cercando di arrivare sani e salvi a valle (la valle giusta, peraltro).
Ora sono dolori, raffreddore e voglia di tornare in montagna.
A febbraio.
Forse.




