Archivio di January 2008

All’impronta

Thursday 31 January 2008


© al-fassam

Devo ammetterlo. Sebbene gli Stati Uniti d’America non rientrino nella mia personalissima lista dei dieci paesi da visitare prima di compiere 30 anni, ci avevo fatto un pensierino. Mi ero detto “Ma sì, Nemo… quanto sei pignolo! Magari c’è qualcosa di veramente interessante da vedere”. Vorrei inoltre far notare come la mia deformazione professionale mi porti a prediligere, come meta dei miei viaggi, paesi dalla cultura millenaria, città dai destini secolari, rovine delle epoche più lontane. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America non possono entrare di diritto in questa mia costrizione turistico-mentale. Ad aggiungersi a tutto ciò, arriva questa notizia fresca fresca. Perchè, più passa il tempo e più questi tizi si ammantano di sempre nuove fobie? E perchè, per visitare il tuo paese, devo lasciare le impronte digitali di tutte le mie dita nel tuo database per 76 anni?

Che sensazione di leggera follia…

Thursday 31 January 2008

Trovo inebriante la voglia che mi prende, quando il mio Google Reader mi segnala 68 post ancora da leggere, di cliccare su mark all as read… Ebbene sì, stamattina l’ho fatto. Non prendetela a male. Ho mal di testa, devo studiare e non ho tempo per leggerli tutti. Ma tornerò attivo al più presto. Dunque, se casomai ci fosse il bisogno di dirlo, continuate a scrivere, eh!

Dubbi e perplessità

Monday 28 January 2008


© damonabnormal

Un dubbio mi assale.
Perchè tutti i soldatini di plastica dell’esercito britannico che possiedo hanno un’orrenda colorazione rosa shocking?! Non oso immaginare i carri armati, l’artiglieria e i mezzi anfibi di questo improbabile reggimento post-moderno…

Con le peggiori intenzioni

Monday 28 January 2008

Di questo lodevole libro di Alessandro Piperno conservo la voracità con la quale l’ho letto, la freschezza delle sue pagine e questo piccolo inno ai miei due scribacchiosi miti:

D’altronde avrete ormai capito che Daniel Sonnino è predisposto all’abuso avverbiale - pratica condannata sin dalla prima lezione in qualsiasi rispettabile scuola di scrittura creativa. Forse è Bepy ad avermi contagiato con il germe dell’avverbio: da lui deriva la consapevolezza che la più screditata tra le forme grammaticali del discorso dia colore alla vita, la caratterizzi, si occupi delle sfumature. E soprattutto è come se l’avverbio si incaricasse di preparare la grande entrée dell’aggettivo sul palcoscenico della frase.

Questo libro o lo si ama o lo si odia.
Io vi ho avvertiti, eh.

Ka’tanja

Sunday 27 January 2008


© antonionemoamato

Si tratta di una donna che incontro dopo parecchi mesi. Ci siamo amati tanto, io e Catania. Poi ci siamo allontanati, ma il nostro amore durerà per sempre. Io mi perdo nelle sue vie, in questa signorile aria da vera città siciliana, e mi sale sempre il magone. Perchè io, se avessi potuto scegliere in quale città della Sicilia nascere, avrei sicuramente optato per Catania. Per moltissimi motivi che mi perderei a spiegare. Oggi sono partito presto e, poco dopo le dieci, facevo il mio ingresso trionfale in città. Motivo: una visita al nuovo Museo storico dello sbarco in Sicilia. Chi mi conosce sa che la Seconda Guerra Mondiale è una delle mie passioni. E dopo aver ricevuto, da un mio cugino più grande di me, informali lezioni sulla storia siciliana di quegli anni, ho deciso di visitare questo museo. Una gradevolissima sorpresa; un museo completo, ben strutturato, curato nei minimi particolari. Divise dell’epoca, armi (dalle pistole tedesche Luger alle mitragliatrici da 20 colpi al secondo), proclami, volantini, cartoline, ricostruzioni storiche degli ambienti dell’epoca e, udite udite, la simulazione di un bombardamento aereo. Praticamente ci hanno fatti entrare in un bunker e ci hanno fatto sedere su durissime panche di legno. Improvvisamente la luce si è spenta, un sordo rombare ci ha sovrastato e la camera ha cominciato a tremare. Fantastico. Hanno reso perfettamente l’atmosfera e la nevrastenia di quei momenti. Durante la visita al museo sembravo un bambino, sempre a bocca aperta davanti a tutte le vetrine. Un conto è vedere certe cose nei film e nei documentari dell’epoca, un altro è trovarsele davanti. Vere e vive. Se vi capita di passare da Catania, fateci un salto.

Il senso di Nemo per la matematica

Saturday 26 January 2008

Ho appena scoperto di aver giocato, da una venticinquina d’anni a questa parte, a pari o dispari con le regole sbagliate. Questo denota la mia inequivocabile ignoranza delle più elementari regole matematiche.

Bandiera liberata in mezzo al vento

Saturday 26 January 2008


© antonionemoamato

Cosa deve ancora nascondermi la vista della Sicilia dal pontile della nave? Cosa tenta invano di celarmi questa terra così assurda, ricca di compromessi, imbavagliata dai suoi rancori e sfrontata nelle sue reminiscenze/retrospettive, così impudica e sfacciata e, allo stesso tempo, timida e riservata? Perchè molti decantano le gioie del ritorno alla terra natìa, ma dimenticano che certe sensazioni, certe emozioni non sono neppure lontanamente descrivibili. Potrei usare decine e decine di parole per trasmettere una parziale visione di ciò che provo sul pontile della nave diretta a Messina, ma solo un siciliano potrebbe capirmi. Solo una persona avvezza a indignarsi per ciò che succede nella sua terra e, nel contempo, ad avvizzirsi nell’ineluttabilità di quel destino. A noi ci piove in testa, gente. E se davvero tutto cambia affinchè non cambi nulla, noi siamo l’emblema di questo immobilismo. Scriviamo, ci stracciamo le vesti, le donne si battono il petto ma basta poco per far tacere gli animi, per redimere i colpevoli e iniziare l’ennesimo capitolo di una storia millenaria. E forse siamo ancora qui a raccontarci proprio perchè le nostre disgrazie le abbiamo sempre vissute sì fino in fondo, ma anche prendendole così come venivano. Normanni, arabi, spagnoli, mafiosi, politici corrotti: tutto scorre in questa tremenda Sicilia. Tutto scorre e tutto resta fermo. E’ la contraddizione di un popolo intero, il meraviglioso marchio di fabbrica di una genie di eroi e santi, di uomini d’onore e giornalisti uccisi, di preti di campagna e indagatori folli. Nonostante ciò, il siciliano freme di gioia nel vedere la sua isola comparire tra i flutti. Una Venere florida e riarsa appare ogni volta dal mare, adagiata non su una conchiglia ma sulle sabbie mobili della geologia messinese; un terreno infido e potente. E l’unica domanda che ti sale al cervello in quegli attimi non può che essere una sola.
“Ma lacrime sono? O è il vento?”

L’idiota

Friday 25 January 2008


© petergutierrez

“No, Carlo domani non c’è…”
“…”
“Ma no, stai tranquillo! Ci vediamo da me.”
“…”
“Sì, parte domattina per Firenze.”
“…”
“Lavoro.”
“…”
“Va bene, amore. Ci vediamo nel pomeriggio allora.”

Un tradimento dura il tempo di una telefonata. Poi la signora si ricompone, guarda il giovanotto seduto di fronte a lei con le cuffiette nelle orecchie, distoglie lo sguardo e accenna un beffardo sorrisetto, indice supremo del suo “avercela fatta ancora una volta”. Il giovanotto con le cuffiette nelle orecchie - che, per inciso, sarei io - in realtà ha l’iPod spento. Me ne sono accorto nel momento in cui le ha cominciato a squillare il telefonino; un sorriso mastodontico ha attraversato il suo viso ed è diventata improvvisamente più bella di quanto in realtà non sia. La cosa mi ha incuriosito e ho messo in pausa la canzone che stavo ascoltando, senza farmi vedere. Il vagone è pressoché vuoto; a occhio e croce, siamo gli unici due esseri viventi nel raggio di una decina di metri. La signora parla per un paio di minuti, ha un tono di voce grottescamente complice e non gesticola; semplicemente sistema il bordo della camicetta. Gli occhi guizzano di qua e di la, e la vedo sporgersi un po’ dal sedile. Accavalla un paio di volte le gambe. Dopo una trentina di secondi, distolgo lo sguardo e continuo ad ascoltarla. Fuori scorre veloce il paesaggio calabrese; fronde di ulivi secolari si affrattagliano a vitigni ormai spenti. Se non ci fossero questi orrendi finestrini perennemente chiusi e sigillati, si potrebbe sentire quel forte profumo di campagna. Non appena saluta il suo interlocutore, mi giro. Noto il suo sguardo posarsi su di me. Poi mi ignora. Qualche minuto dopo spengo fin troppo palesemente l’iPod, i nostri occhi si incrociano e io accenno un sorriso complice. Lei capisce. Sbarra gli occhi per un istante, poi si pente di quel gesto. Sicuramente non vuole permettersi il lusso di farmi capire che lei ha capito che io ho capito. All’inizio del viaggio, quando ancora il treno sfrecciava nell’agro romano, avevamo scambiato qualche frase, i soliti convenevoli: cosa si fa nella vita, cosa si studia, come si vive. I banalissimi discorsi tra compagni di viaggio costretti a vivere compressi in pochi metri di spazio. Ma, dopo quella telefonata, la nostra intimità è diventata quasi oscena. Io non avrei dovuto sentire quelle parole e lei non le avrebbe dovute pronunciare. E’ un sottile scambio di peccati veniali, dal quale entrambi attingiamo nuova linfa vitale. Lei non è sicura che io abbia capito e io non sono sicuro che lei abbia capito che io ho capito. Semplice. Lineare. Quasi comico, nella sua freddezza calcolatrice. Sistema per l’ennesima volta le gambe e poi mi fa una domanda. La fa con la più ingenua accondiscendenza, come chi tenta di parare il colpo mostrando ancora di più il fianco. Ed è in quel momento che la sento vacillare; sì, vacilla nonostante la sua sicurezza, nonostante il fatto che lei intende difendersi fino all’ultimo con l’unica arma che conosce: l’ovvietà. Mi ricorda un vecchio racconto del detective Sherlock Holmes; il protagonista e il suo fido aiutante devono cercare una lettera in un appartamento. Watson non sa da dove cominciare e chiede aiuto al suo amico detective. La risposta è spiazzante: “Elementare, Watson. Bisogna cercare nel portalettere. Il miglior modo per trovare una cosa è cercarla esattamente dove dovrebbe essere, così come il miglior modo di nascondere una cosa è occultarla esattamente nel luogo dove la si posa abitualmente.” La signora tenta la sua difesa. E lo fa nel più catastrofico dei modi. La reputavo intelligente, pochi minuti prima. Il tradimento di una donna può avere solo due modus operandi: o la soverchiante intelligenza di lei o la perfetta idiozia di lui.
“E tu? Hai una ragazza?”
Suo marito è un’idiota.

Ma… Fassino?!

Tuesday 22 January 2008


© felixpetruska

Dico… In tutto questo casino, tra Mastella che vuole la solidarietà a tutti i costi (come se fosse il primo politico a essere indagato), Prodi che tenta di non affogare, la spazzatura che continua a sostare abusivamente tra le strade della Campania… ecco, dicevo, in tutto questo casino… ci siamo persi Fassino! Dov’è finito? Dov’è il suo rassicurante e bonario profilo? Dove sono i suoi occhialini poggiati sbilencamente sul naso? Dove sono le sue mani ossute, le sue spalle così sottili da sembrare una gruccia per giacche, i suoi occhi a palla?! Signori, a me manca. Ma dove lo hanno relegato? L’hanno trasferito in un piccolo centro delle Marche a fare il coordinatore della sede del partito? Signori politici, continuate pure a fare i vostri porci comodi, ma ridatemi Fassino!

Di quando mi sento piccolo…

Tuesday 22 January 2008

Doverosa prolusione.
Oggi, per un’ora abbondante, il blog era completamente inaccessibile causa un mio maldestro intervento sui permessi dei file. Tale intervento era stato dettato dalla necessità di modificare i permalink, per evitare che comparissero dei fastidiosi numeretti. Tutto risolto per fortuna, con il preziosissimo aiuto di SenzaStile. Praticamente, adesso, se cliccate sul titolo di un post, la barra degli indirizzi vi mostrerà un permalink con il medesimo titolo e la data. Per alcuni di voi questa è una novità di poco conto, ma per la mia mania di perfezionismo questa conquista ha il sapore di una vittoria…


© fraxnet

Avevo accuratamente evitato di parlare della cena di sabato sera. Anzi, per essere precisi, non della cena, ma di tutta la serata. Innanzitutto perchè ho capito che l’automobile a Roma non serve. Sicuramente, non di sabato sera e non a Trastevere. E poi perchè, tranne qualche sporadico tentativo di cambiare discorso, non si è parlato altro che di lavoro, stipendi, curriculum e colloqui. Senza usare eufemismi, direi che mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. Stavo lì a boccheggiare, tra una forchettata di fettucine (qua tolgono tutte le doppie, non so come mai) e l’altra; i miei commensali disquisivano amabilmente di stipendi più o meno alti, di colloqui, di come ci si presenta al datore di lavoro. E io… diciamo che ho glissato sulla fatidica domanda “Tu cosa studi?”, diciamo che non mi sembrava il caso di far sentire dei pezzi di merda le persone che erano a tavola con me (e che non facevano altro che dire di non avere prospettive lavorative, quando almeno hanno aziende e case editrici con le quali interfacciarsi), diciamo pure che dire “archeologia orientale” a quel punto avrebbe avuto lo stesso effetto di “ornitologia”. E me ne sono tornato con le pive nel sacco. Del mio tirocinio ancora neanche l’ombra. Del mio futuro lavoro, figurarsi!