
© petergutierrez
“No, Carlo domani non c’è…”
“…”
“Ma no, stai tranquillo! Ci vediamo da me.”
“…”
“Sì, parte domattina per Firenze.”
“…”
“Lavoro.”
“…”
“Va bene, amore. Ci vediamo nel pomeriggio allora.”
Un tradimento dura il tempo di una telefonata. Poi la signora si ricompone, guarda il giovanotto seduto di fronte a lei con le cuffiette nelle orecchie, distoglie lo sguardo e accenna un beffardo sorrisetto, indice supremo del suo “avercela fatta ancora una volta”. Il giovanotto con le cuffiette nelle orecchie - che, per inciso, sarei io - in realtà ha l’iPod spento. Me ne sono accorto nel momento in cui le ha cominciato a squillare il telefonino; un sorriso mastodontico ha attraversato il suo viso ed è diventata improvvisamente più bella di quanto in realtà non sia. La cosa mi ha incuriosito e ho messo in pausa la canzone che stavo ascoltando, senza farmi vedere. Il vagone è pressoché vuoto; a occhio e croce, siamo gli unici due esseri viventi nel raggio di una decina di metri. La signora parla per un paio di minuti, ha un tono di voce grottescamente complice e non gesticola; semplicemente sistema il bordo della camicetta. Gli occhi guizzano di qua e di la, e la vedo sporgersi un po’ dal sedile. Accavalla un paio di volte le gambe. Dopo una trentina di secondi, distolgo lo sguardo e continuo ad ascoltarla. Fuori scorre veloce il paesaggio calabrese; fronde di ulivi secolari si affrattagliano a vitigni ormai spenti. Se non ci fossero questi orrendi finestrini perennemente chiusi e sigillati, si potrebbe sentire quel forte profumo di campagna. Non appena saluta il suo interlocutore, mi giro. Noto il suo sguardo posarsi su di me. Poi mi ignora. Qualche minuto dopo spengo fin troppo palesemente l’iPod, i nostri occhi si incrociano e io accenno un sorriso complice. Lei capisce. Sbarra gli occhi per un istante, poi si pente di quel gesto. Sicuramente non vuole permettersi il lusso di farmi capire che lei ha capito che io ho capito. All’inizio del viaggio, quando ancora il treno sfrecciava nell’agro romano, avevamo scambiato qualche frase, i soliti convenevoli: cosa si fa nella vita, cosa si studia, come si vive. I banalissimi discorsi tra compagni di viaggio costretti a vivere compressi in pochi metri di spazio. Ma, dopo quella telefonata, la nostra intimità è diventata quasi oscena. Io non avrei dovuto sentire quelle parole e lei non le avrebbe dovute pronunciare. E’ un sottile scambio di peccati veniali, dal quale entrambi attingiamo nuova linfa vitale. Lei non è sicura che io abbia capito e io non sono sicuro che lei abbia capito che io ho capito. Semplice. Lineare. Quasi comico, nella sua freddezza calcolatrice. Sistema per l’ennesima volta le gambe e poi mi fa una domanda. La fa con la più ingenua accondiscendenza, come chi tenta di parare il colpo mostrando ancora di più il fianco. Ed è in quel momento che la sento vacillare; sì, vacilla nonostante la sua sicurezza, nonostante il fatto che lei intende difendersi fino all’ultimo con l’unica arma che conosce: l’ovvietà . Mi ricorda un vecchio racconto del detective Sherlock Holmes; il protagonista e il suo fido aiutante devono cercare una lettera in un appartamento. Watson non sa da dove cominciare e chiede aiuto al suo amico detective. La risposta è spiazzante: “Elementare, Watson. Bisogna cercare nel portalettere. Il miglior modo per trovare una cosa è cercarla esattamente dove dovrebbe essere, così come il miglior modo di nascondere una cosa è occultarla esattamente nel luogo dove la si posa abitualmente.” La signora tenta la sua difesa. E lo fa nel più catastrofico dei modi. La reputavo intelligente, pochi minuti prima. Il tradimento di una donna può avere solo due modus operandi: o la soverchiante intelligenza di lei o la perfetta idiozia di lui.
“E tu? Hai una ragazza?”
Suo marito è un’idiota.