Fenomenologia del fumatore in attesa

© mandolux
Martedì mattina. Ore nove. Come al solito sono alla fermata dell’autobus e aspetto insieme ad una decina di persone che il mezzo pubblico si faccia vivo. La metà di noi fuma. Guardo il marciapiedi e, dovunque io posi lo sguardo, vi sono cicche spente, schiacciate, martoriate, bagnate. Spezzoni di vita vissuta che stanno lì in balìa degli eventi atmosferici. Ci sono sigarette di cui si conserva solo un ricordo ormai (o, a scelta, il filtro giallognolo e consumato); altre invece sono quasi vergini, appena appena bruciacchiate e poi subdolamente gettate in terra. E accade anche questa volta. Una signora distinta e dal viso arcigno tira fuori dalla borsetta un pacchetto di Lucky Strike. Le dita curate e smaltate si infilano nel pacchetto e ne traggono fuori una sigaretta. La signora accende (con poca eleganza, devo dire) la cicca, aspira e non ha neanche il tempo di espellere il fumo che l’autobus sbuca fuori dalla curva. A questo punto ci sono due scuole di pensiero o, per meglio dire, due comportamenti diametralmente opposti: il fumatore A continua imperterrito la sigaretta, aspirando velocemente ed espettorando ancora più celermente, fino ad arrivare al filtro (e questo accade nel momento esatto in cui l’autista sta già richiudendo le porte, per cui il fumatore A è costretto ad una piroetta, mentre getta agilmente la cicca consumata, per potersi inserire goffamente tra le paratie che si chiudono); il fumatore B invece getta per terra la sigaretta appena iniziata. Ecco, io farei parte della categoria B. Almeno allungo di pochi secondi la mia vita…







