Una ruga di ridente nostalgia

di Nemo

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E’ mio nonno. E’ anche una delle persone più care della mia vita. Mi sono legato a lui negli ultimi anni, quando per lui è diventato indispensabile un appoggio esterno. Quando penso a lui, un brivido mi percorre la schiena e sento che piangerò quando se ne andrà. Dedicherò a lui le mie prime lacrime ad un funerale. E’ come un bambino, anche se le rughe gli conferiscono un’aria vissuta. E’ come un anziano, anche se i suoi comportamenti lo rendono infantile. Certe fissazioni, alcuni stati d’animo, certi sguardi ti bloccano, non riesci a non affezionarti a questo piccolo grande uomo. Ricordo quando, negli anni del liceo, mi accompagnava ogni mattina a scuola con la macchina… nel senso più letterale del termine: praticamente si fermava con la macchina davanti al portone, io mi facevo piccolo piccolo, gli stampavo un timido bacio sulla guancia e scendevo mentre lui canticchiava “Ohi Marì… ohi Marì… quantu sonnu aggiu persu ppi tte… famme addurmì, ohi Marì… ohi Marì…”. A guardarlo ora non sembra nemmeno lui, ma gli occhi sono quelli. Sono semi-nascosti da una ruga obliqua e divertentissima, ma sono vispi, sempre in movimento e splendidamente presenti. Ogni tanto cantano una vecchia canzone, lo capisci da come mio nonno li muove. E, anche se adesso è raro che lui canti qualcosa, i suoi occhi continuano a farlo; ed è un piacere starsene lì davanti ad ascoltarli. Ohi, Marì…

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