Archivio di marzo 2007

Qualche uovo lo rompo…

lunedì, 19 marzo 2007

israelfi.deviantart.com

Generalmente ho un passo accorto. Mi muovo con delicatezza e riesco a capire quando il terreno mi cede sotto i piedi. Raramente parlo a sproposito e preferisco comunque tenermi tutto dentro. Fa parte di me, del mio carattere, del mio sentirmi comunque diverso, più introspettivo. Ma, per la stupida ed ignobile legge del contrappasso, ci sono dei momenti in cui divento un elefante, calpesto tutto e tutti, sembra che io non abbia alcun sentimento oppure, molto più realisticamente, sembra che io non capisca “gli altri”, il loro chiedermi aiuto oppure la loro semplice e pura disapprovazione. Quando questo succede, io naturalmente non me ne accorgo o, se lo faccio, lo faccio molto lentamente. Assorbo come una spugna e finalmente, quando sono zuppo, mi accorgo di ciò che sto facendo. Non so se questo abbia qualcosa a che vedere con la mia innata incapacità di capire “gli altri”. Ci sono volte in cui qualcuno deve spiegarmi “sai, forse quella persona si è comportata in quel modo perchè… ecc ecc”… Ed io “ma dai, vero?!”. E casco dalle nuvole, come un deficiente o come un bambino. Tutto ciò ovviamente con il più completo stupore di chi mi sta accanto.

Manchi tu…

sabato, 17 marzo 2007

keltry.deviantart.com

La mia pelle non profuma più di te. Sa di me, del bagnoschiuma che uso qui a Roma, del deodorante che ho comprato qualche giorno fa e del profumo che mi porto dietro, sempre e comunque. Non sa più di te, e questo mi rende nervoso, impaziente, intrattabile. Era bello sentire un odore particolare nella piega del braccio o sulla punta delle dita. Era bello scoprire di emanare un profumo diverso dal solito; un profumo che finalmente, come un tassello mancante di un puzzle, si attaccava perfettamente alla mia pelle e ci rimaneva. Un brivido mi percorre la schiena adesso e ti immagino nel tuo letto, da sola. Starai dormendo; ma, se potessi essere accanto a te, scruterei la tua schiena con l’olfatto e cercherei di strapparti un debole “lasciami dormire” mentre tento di aderire al tuo corpo. Fa male saperti sola. Lontana. Senza di me. Adesso andrò a dormire. Ci incontriamo in qualche sogno dove, almeno per una notte ancora, immaginerò che tu sia mia, finché questo non accadrà nuovamente.

Come un serpente, striscio…

giovedì, 15 marzo 2007

Green_Snake

Ho chiuso con le ansie da bambino; con le mie primordiali paure di non farcela o di non essere all’altezza. Mi sono chiuso a chiave dentro me stesso e mi sono obbligato ad affrontare certe ancestrali debolezze che mi caratterizzavano negli ultimi tempi. Ne sono uscito pulito. Ora striscio tra quelle paure, così come fanno i serpenti. Essi strisciano tra le gambe dell’uomo, consapevoli di poter essere calpestati ed uccisi, ma incuranti di questo pericolo. Hanno una mossa da giocare: l’inevitabile morso che affonda nelle carni. E, foss’anche l’ultima cosa che potrebbero fare, non importa… la fanno a tempo debito!

Ombre

mercoledì, 14 marzo 2007



Due simpaticissimi cagnolini inseguono le ombre; vicino Piazza Venezia.

Chiudere Guantanamo, ora!

mercoledì, 14 marzo 2007

Arriva un momento…

mercoledì, 14 marzo 2007

darknesswonder.deviantart.com

Arriva un momento nella vita di un uomo nel quale quel momento non gli basta più. Chiude la cornetta. Si guarda intorno. Ascolta il silenzio che lo avvolge. E, pur essendo uomo, pur avendo un determinato carattere, pur risultando forte e determinato… quell’uomo comincia a singhiozzare. Comincia a chiedersi cos’è che lo riduce in quel modo, cosa lo spinge e cercare le tanto odiate lacrime, cosa gli permette di superare la sua naturale diffidenza con il sentirsi fragile. E tutto precipita, vuoi o non vuoi; sia che la telefonata sia stata bella ed emozionante, sia che invece ci si è presi a parole tutto il tempo. Non importa. Guarda la sua vita da un’angolazione completamente nuova, e si chiede quanto ancora rimane da vivere prima di poterla rivedere. Quanto dura il tempo di una lontananza. Perché vivere si chiama vivere solo quando si trova accanto a lei. Tutto il resto è sopravvivere. E chiedersi quanto ancora manca prima di poterla riabbracciare. E maledice chi ha creato la distanza, chi ha inventato le stazioni e gli aeroporti, chi ha deciso che per poter studiare ciò che piace si deve sempre andare lontano da casa. Ha chiesto solo un amore possibile ed invece ha tra le mani un amore probabile. Fatto solo di lui e di lei. Fatto dalla loro forza e dalle loro debolezze. Ma ce la faremo, dice tra sé e sé. E ci crede.
> L’ispirazione per questo post

Mi nascondo… e ti cerco

lunedì, 12 marzo 2007

gunnmgally.deviantart.com

Prendo fiato. Un piccolo respiro. Lento e costante. Finché le mie narici non si riabituano all’aria. Sentire il respiro che si fa lento, ritmato, melodioso. Apro gli occhi. Mi trovo in una stazione. Il rumore lontano di un treno che arriva, come se si trattasse di un respiro umano. Sempre più forte e veloce. Ansima il treno. Si avvicina impetuoso. Dai binari e dalle traversine non escono ciuffi d’erba, ma robusti capelli neri che si avviluppano nell’aria, si aggrovigliano ai cavi della corrente. Il treno è dipinto di rosso e, sulle fiancate, la vernice fresca è stata sporcata dalle mani delle persone che hanno tentato di fermarlo mentre partiva, per poter salutare ancora una volta il fidanzato, o la mamma, o il nonno che torna al suo paese dopo un fine settimana passato con figlio e i nipotini. La mia valigia viene presa in consegna da due omini bassi con il naso a punta. Il predellino si abbassa e loro saltano sù con agilità e freschezza. Mi fanno cenno di seguirli. Mi volto ancora una volta. Non c’è nessuno a salutarmi, ma agito ugualmente la mano in direzione dei disegni osceni che tappezzano i muri della stazione. Il cartellone con sù scritto “Razionalità” pende da un lato, bucherellato da quelli che sembrano colpi di pistola. Salgo sul treno e trovo posto. Si parte. Il treno si muove agilmente tra i capelli fitti e corvini. Al di là del finestrino, ogni tanto compaiono coppie di occhi che scrutano dall’oscurità. E, tutto ad un tratto, la foresta di capelli si dirada e, sulla nostra destra, compare una collina dalla forma di fungo. Sembra che qualcuno ci ascolti incessantemente e un brontolio sordo scuote i binari ed i vagoni. Ho sentito dire che siamo nella terra dei mille ascolti. Non so cosa voglia dire, ma ben presto, il terreno si rivela nudo, senza alcuna traccia di erba né capelli. Solo una leggerissima brezza proviene da sud. Chiudo gli occhi per qualche minuto, ma mi risvegliano gli urlettini di stupore delle donne che viaggiano nel mio stesso compartimento. Mi guardo un po’ intorno per cercare di capire cosa sia l’oggetto del loro stupore e, mentre alla nostra destra si innalza una collina ricoperta di fitti alberelli neri, alla nostra sinistra appare un’immensa distesa d’acqua color melassa. La superficie del lago è calmissima e tutto ciò che cresce intorno allo specchio d’acqua vi si riflette senza interruzioni. Guardo ancora un po’ il panorama mozzafiato, dopo di ché decido di tornare a dormire. Ma il mio sonno dura pochissimo. Altre urla, stavolta più intense delle precedenti, mi risvegliano bruscamente. Una donna, solerte, mi indica il lago. Non lo avrei mai creduto possibile, ma la superficie adesso è sconvolta da onde e increspature. In fondo, verso sud, l’acqua in movimento ha trovato uno sfogo e un torrente impetuoso si riversa adesso verso meridione, attraverso la pianura. Continuiamo il nostro viaggio e, dopo pochi minuti, il treno si inerpica su un’altura dalla quale riusciamo a vedere uno specchio d’acqua identico al primo, proprio alla nostra destra. Una donna mi guarda e, sconvolta, si indica i bulbi oculari. Un’altra mi sussurra qualcosa a proposito dei laghi della visione, ma non capisco molto. Parlano una lingua strana; una lingua che più ci spostiamo verso sud, più riesco a capire. Il viaggio procede senza altri intoppi, né altri fenomeni strani, a parte una brusca discesa a valle. Ora ci aggiriamo in una palude, diretti verso quella che sembra una gola. La aggiriamo dalla destra ed entriamo spediti. Proprio all’interno della gola, vi è la stazione di arrivo. Molte donne, prima che il treno si fermi, mi salutano calorosamente e capisco che aspettano una coincidenza per recarsi in chissà quale altro luogo. Un cartello indica il nome del paese dove siamo arrivati: “Istinto”. Tutto è pulito, sistemato, lindo. La stazione conserva ancora strutture della fine del XIX secolo ed i cartelli sono scritti con una calligrafia semplice. Scendo dal treno e sembra quasi che tutti si muovano secondo un primordiale desiderio. Un uomo si dirige verso la biglietteria e, a pochi metri da questa, cambia direzione e sale su un treno fermo al binario. All’inizio ho una sensazione come di caos, ma pian piano mi rendo conto che, se di caos si debba trattare, è pur sempre un caos organizzatissimo. Non avviene nulla per caso. Un pensiero si fa strada dentro me e diventa sempre più difficile reprimerlo. Mi avvicino al capostazione e chiedo quale sia la strada per il centro del cuore. Mi guarda, sfodera un sorriso e mi dice che, essendo giunto sano e salvo sulle labbra di questa persona, manca davvero poco alla mia meta. Mi metto in cammino di buon umore, mentre la primavera sboccia.

La Mancanza

lunedì, 12 marzo 2007

ochrejelly.deviantart.com

Ho chiesto al tempo di fermarsi, di darmi un po’ di tregua, di concedersi benevolo alle mie esigenze. Non mi sarei voluto allontanare, non vorrei partire; improvvisamente il mio nomadismo cozza contro una voglia fisica di rimanere qui dove sono. E quel “qui” non significa necessariamente Milazzo, né la Sicilia. Significa “qui dove sono”; mentalmente stavolta. E parlo di me, parlo sempre di me; mentre qualcuno entra dentro di me e comincio a parlare anche di qualcun altro che non sia me stesso. Sono seduto sulla cima del mondo, dove tutto inizia e tutto finisce. Mi sporgo un po’ e, sotto i tuoi capelli, vedo i tuoi occhi. Mi aggrappo alle tue ciglia e scivolo sul naso, fino alle labbra… Fino a sentirti mia. E sento che lo sei. Ci sei. E io sono qui.

“Conosco vite della cui mancanza non soffrirei affatto; di altre invece ogni attimo di assenza mi sembrerebbe eterno.” (Emily Dickinson)