
Prendo fiato. Un piccolo respiro. Lento e costante. Finché le mie narici non si riabituano all’aria. Sentire il respiro che si fa lento, ritmato, melodioso. Apro gli occhi. Mi trovo in una stazione. Il rumore lontano di un treno che arriva, come se si trattasse di un respiro umano. Sempre più forte e veloce. Ansima il treno. Si avvicina impetuoso. Dai binari e dalle traversine non escono ciuffi d’erba, ma robusti capelli neri che si avviluppano nell’aria, si aggrovigliano ai cavi della corrente. Il treno è dipinto di rosso e, sulle fiancate, la vernice fresca è stata sporcata dalle mani delle persone che hanno tentato di fermarlo mentre partiva, per poter salutare ancora una volta il fidanzato, o la mamma, o il nonno che torna al suo paese dopo un fine settimana passato con figlio e i nipotini. La mia valigia viene presa in consegna da due omini bassi con il naso a punta. Il predellino si abbassa e loro saltano sù con agilità e freschezza. Mi fanno cenno di seguirli. Mi volto ancora una volta. Non c’è nessuno a salutarmi, ma agito ugualmente la mano in direzione dei disegni osceni che tappezzano i muri della stazione. Il cartellone con sù scritto “Razionalità” pende da un lato, bucherellato da quelli che sembrano colpi di pistola. Salgo sul treno e trovo posto. Si parte. Il treno si muove agilmente tra i capelli fitti e corvini. Al di là del finestrino, ogni tanto compaiono coppie di occhi che scrutano dall’oscurità. E, tutto ad un tratto, la foresta di capelli si dirada e, sulla nostra destra, compare una collina dalla forma di fungo. Sembra che qualcuno ci ascolti incessantemente e un brontolio sordo scuote i binari ed i vagoni. Ho sentito dire che siamo nella terra dei mille ascolti. Non so cosa voglia dire, ma ben presto, il terreno si rivela nudo, senza alcuna traccia di erba né capelli. Solo una leggerissima brezza proviene da sud. Chiudo gli occhi per qualche minuto, ma mi risvegliano gli urlettini di stupore delle donne che viaggiano nel mio stesso compartimento. Mi guardo un po’ intorno per cercare di capire cosa sia l’oggetto del loro stupore e, mentre alla nostra destra si innalza una collina ricoperta di fitti alberelli neri, alla nostra sinistra appare un’immensa distesa d’acqua color melassa. La superficie del lago è calmissima e tutto ciò che cresce intorno allo specchio d’acqua vi si riflette senza interruzioni. Guardo ancora un po’ il panorama mozzafiato, dopo di ché decido di tornare a dormire. Ma il mio sonno dura pochissimo. Altre urla, stavolta più intense delle precedenti, mi risvegliano bruscamente. Una donna, solerte, mi indica il lago. Non lo avrei mai creduto possibile, ma la superficie adesso è sconvolta da onde e increspature. In fondo, verso sud, l’acqua in movimento ha trovato uno sfogo e un torrente impetuoso si riversa adesso verso meridione, attraverso la pianura. Continuiamo il nostro viaggio e, dopo pochi minuti, il treno si inerpica su un’altura dalla quale riusciamo a vedere uno specchio d’acqua identico al primo, proprio alla nostra destra. Una donna mi guarda e, sconvolta, si indica i bulbi oculari. Un’altra mi sussurra qualcosa a proposito dei laghi della visione, ma non capisco molto. Parlano una lingua strana; una lingua che più ci spostiamo verso sud, più riesco a capire. Il viaggio procede senza altri intoppi, né altri fenomeni strani, a parte una brusca discesa a valle. Ora ci aggiriamo in una palude, diretti verso quella che sembra una gola. La aggiriamo dalla destra ed entriamo spediti. Proprio all’interno della gola, vi è la stazione di arrivo. Molte donne, prima che il treno si fermi, mi salutano calorosamente e capisco che aspettano una coincidenza per recarsi in chissà quale altro luogo. Un cartello indica il nome del paese dove siamo arrivati: “Istinto”. Tutto è pulito, sistemato, lindo. La stazione conserva ancora strutture della fine del XIX secolo ed i cartelli sono scritti con una calligrafia semplice. Scendo dal treno e sembra quasi che tutti si muovano secondo un primordiale desiderio. Un uomo si dirige verso la biglietteria e, a pochi metri da questa, cambia direzione e sale su un treno fermo al binario. All’inizio ho una sensazione come di caos, ma pian piano mi rendo conto che, se di caos si debba trattare, è pur sempre un caos organizzatissimo. Non avviene nulla per caso. Un pensiero si fa strada dentro me e diventa sempre più difficile reprimerlo. Mi avvicino al capostazione e chiedo quale sia la strada per il centro del cuore. Mi guarda, sfodera un sorriso e mi dice che, essendo giunto sano e salvo sulle labbra di questa persona, manca davvero poco alla mia meta. Mi metto in cammino di buon umore, mentre la primavera sboccia.