Archivio di January 2007

Dal Dizionario della Lingua Italiana "De Mauro"

Wednesday 17 January 2007

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Torno pochi minuti fa a casa da una lezione. Arrivo nel portone di casa mia e noto una scritta per terra. Bomboletta a spray bianca. Mi avvicino. “Deve essere fresca”, mi dico. Ieri sera non c’era. Insomma, la foto spiega tutto. Io però immagino la reazione della ragazza a cui era indirizzato questo saluto. Ti svegli stamattina, con gli occhi ancora impiastricciati dal sonno, versi il latte nel pentolino e metti tutto sul fuoco. Poi ti affacci alla finestra, scosti le tendine, guardi il cielo plumbeo di stamattina e pensi “Cavolo, anche oggi l’ombrello per andare all’uni…”. Poi abbassi lo sguardo e… il fuoco avvampa! Magari piangi anche. Quello stupido è arrivato fino a qui, di notte, e ha scritto quelle parole per te. Parole vere. Forse un po’ banali, ma è una vera sorpresa… Come l’amore, d’altronde!

Ecco che fine ha fatto Nemo!

Monday 15 January 2007

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Vi presento…

Monday 15 January 2007

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… il nuovo arrivato nella mia famiglia multimediale!
Poco più grande di una moneta da 2 euro!

Metro

Monday 15 January 2007

Quanto costa pensarti in metro con le cuffie nelle orecchie?

Il torrone tra le mutande (no doppi sensi!)

Wednesday 10 January 2007

Mia madre è irriducibile.
Ieri sera, nel chiudere la valigia, se ne è spuntata con una busta di cartone con su disegnato Babbo Natale. Dentro c’era un pandoro in miniatura, almeno una ventina di torroncini piccoli e qualche cartoccio con la cotognata (che a me piace tanto). Forse l’ho fatto un po’ troppo stupidamente, ma le ho detto che non potevo portare “anche” quell’ennesima busta. Ero già carico come un asino: valigia grande, valigia piccola e zaino. Non si è arresa. Stamattina sono arrivato a casa, qui a Roma, ho aperto la valigia e, tra le mutande e le calze, ho trovato una “stecca” intera di un torrone bianco alle mandorle, il mio preferito.
Come si dice? La mamma è sempre la mamma? Beh, è vero…
P.S.: se mi trovate riverso a terra con la bava alla bocca, è solo un eccesso di torrone, tranquilli!

Inutile

Friday 5 January 2007

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Ok, lo ammetto…
Ho aspettato sveglio fino all’ultimo secondo. Ho atteso che le lancette del mio orologio si trovassero esattamente sul numero 12. Tutt’e tre! Allora ho cominciato a considerare quello scarto di pochi minuti che ci può essere tra un orologio e l’altro. Passati anche quelli, ho spento il cellulare, ho tolto gli occhiali e mi sono tirato le coperte fin sotto il naso. Alle 03:25 mi sono svegliato di soprassalto. Nel momento in cui ho allungato la mano per cercare nel buio il telefonino, mi sono reso conto che era inutile. Dentro di me, era come se sapessi che non sarebbe arrivato alcun messaggio. Ma, e questa è forse la contraddizione più grande, ho continuato ad aspettare. Stamattina, a 3842 metri di altezza, sulle piste da sci, mentre il vento sferzava i miei capelli e congelava ciò che, mio malgrado, usciva dai miei occhi. L’ho aspettato fino ad adesso. Sono rientrato al residence, ho chiuso la porta alle mie spalle e… ho spento il cellulare. Rimarrà spento per un bel po’. E anche se sarà acceso, per me sarà come morto. Se qualcosa dovesse arrivare, non credo che comunque ne sarei felice. Almeno, non quanto lo sarei stato se fosse arrivato ieri. Il tempo passa.
Oggi ho già ventiquattro anni e un giorno. Excuse moi!
P.S.: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistite, NON è puramente casuale (Carmen docet!)…

Un anno in più

Thursday 4 January 2007

Anche quest’anno è arrivato il fatidico giorno in cui mi appresto a constatare che in fondo è vero che il tempo passa. I miei anni diventano così ventiquattro e lentamente mi avvicino al traguardo del quarto di secolo. Un volta, quando ero bambino, consideravo inutili gli anni tra i diciotto e i trenta, tra la conquista di una presunta maturità e il tempo in cui ci si doveva formare una famiglia propria. Adesso mi rendo conto che mi sbagliavo di grosso; sono questi gli anni in cui sto crescendo, in cui mi accorgo di fare minchiate o mi congratulo con me stesso per ciò che faccio nei momenti di crisi. Li sto vivendo questi anni “inutili” e il destino oggi mi ha messo di fronte alla realtà: due occhioni azzurri. Mi guardavano e, nel silenzio, mi facevano decine di domande. Lei mi osservava e, istintivamente, io le sorridevo. Il cappuccio peloso del cappotto incorniciava un visino tondo e accalorato, ma lei non ricambiava il mio sorriso. Continuava a guardarmi e a tirare sù con il naso. Mi sono sentito “vecchio”. Ho sentito tutto il peso dei miei ventiquattro anni. Fissavo i miei occhi scuri dentro i suoi, non sorridevo più e una gran tristezza mi stava opprimendo. Lei dovette accorgersene e scoppiò in lacrime. Il padre cercava di consolarla e le chiese in francese se le andava di sedersi accanto a me. Forse pensava che la bambina fosse stanca. Ma la piccola oppose un netto rifiuto alla proposta del papà. Io rimisi le cuffie nelle orecchie, le sorrisi un’ultima volta e mi girai verso il finestrino, prima che lei potesse diventare nuovamente triste. Qui nevica oggi. Anche dentro me nevica. I fiocchi si posano senza far rumore, così come i miei pensieri passano senza che io li percepisca. Credo che qualcuno mi stia pensando. Lo sento quando accade. Spero solo che lo sentano anche gli altri, quando sono io a pensarli. Auguri a me stesso. Che possano essere i migliori ventiquattro anni della mia vita!
P.S.: tra i miei diciotto anni (passati nel periodo più bello della mia vita, finora) e i miei trent’anni (che passeranno senza che io mi sia formato una famiglia tutta mia) c’è l’Antonio di adesso. Non c’è nessuno che vuole scoprirmi? Nessuno che voglia fare un giro?

Nomade

Wednesday 3 January 2007

Ho appena scoperto che “nemo” in greco antico vuol dire “conduco al pascolo”; da qui, “nomade”. Piccolo sondaggio: chi di voi riscontra nel mio carattere tracce di nomadismo? Commentate, gente, commentate (non sono ammesse battute di dubbio gusto!)…

Capita…

Wednesday 3 January 2007

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Baustelle nelle orecchie, ali nei piedi, vento tra i capelli, neve sulla faccia… E’ questa la vita di questi giorni! Ogni tanto qualche ricordo “scomodo”. Allora prendo velocità, inghiotto il groppo in gola, osservo la tranquillità della e mi butto giù sulla neve fresca. E’ comodo così. Lo si potesse fare sempre, nella vita! Non appena ci si accorge che qualcuno ci sta per fare del male, via…! Lontano, su un paio di sci… Ma non è così. Ci sbatti sempre con la realtà; cerchi di aggirarla, ma lei ti aspetta alla curva dopo, dove il tracciato è più insidioso e sei costretto a rallentare. Ed è lì che ti trovi il cumulo di neve fresca; tenti di usarlo come rampa per un salto ma i tuoi sci si inchiodano e ci si conficcano come un coltello nel burro. La finestra davanti a me è aperta; le cime delle montagne sono inondate dagli ultimi raggi del sole che tramonta e una nebbiolina sottile aleggia tra gli alberi qui di fronte. A volte capita di pensare che, andando lontano da casa, si riesca a dimenticare qualcosa o qualcuno, oppure quantomeno si riesca a non pensarci, a tramortire un ricordo. Non ucciderlo, ma renderlo innocuo per qualche tempo. Ma poi basta poco per far ricominciare il cervello (o il cuore, dipende dai casi) a pensare. A volte mi capita con un profumo, altre volte con una canzone; ma anche con una scena che mi capita sotto gli occhi. Come sempre, divago. Non so dove voglio andare a parare con questo discorso; dunque mi sa che è meglio se lo tronco qui…

L'importante è crederci (?)

Tuesday 2 January 2007

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Ho camminato per un’ora. Sotto i fiocchi di neve fresca. Assaporando una gustosa crèpes alla Nutella. Passando accanto a una chiesetta in perfetto stile gotico d’alta montagna: l’eleganza maestosa resa attraverso l’utilizzo di pietre massicce e grossolane. Lungo la strada, pensavo. Come sempre. Ritrovo la mia identità perdendomi nel mio respiro ritmato, nello scalpiccio delle scarpe sulla neve fresca, nel forte odore di legna che arde. Un cane randagio mi ha fatto compagnia per un tratto di strada, finché la mia crèpes non è finita e così ho smesso anche di dividerla con lui. Sono stato lontano dalla Sicilia, per ora; tra Roma e questa vacanza in Francia, il poco tempo che ho passato sulla mia isola non mi è bastato. Non appena tornerò giù, andrò subito in riva al mare. Prenderò fiato, raccoglierò quanta più aria che sa di salsedine possibile, mi tapperò la bocca e correrò via. Risalirò a Roma, mi impegnerò a non piangere per niente e nessuno, e mi butterò sui libri. Giuro! Non chiedo altro adesso… Stasera qualcuno mi ha detto che l’importante è crederci nell’amore. Fatto ciò, lui arriverà. Non me ne voglia a male la persona che così gentilmente ha tentato di tirarmi sù, ma spesso mi rendo conto che, quantomeno su di me, queste frasi non hanno effetto. Se ci fosse davvero una relazione tra ciò che diciamo e una diretta conseguenza pratica, ecco… su di me, comunque non funzionerebbe. Chi ci crede nell’amore? Chi lo vive giorno dopo giorno, chi lo sperimenta, chi sta male per via di un sentimento così fantastico ma anche così pericoloso. Io no di certo! Io non riesco più a crederci. Ho fatto stare male molte persone a causa di questa mia mancanza di fede, e me ne dispiaccio sempre più. Ma, più passa il tempo, e più mi rendo conto che io sono l’antitesi dell’innamorato. Sono il “lato oscuro” dell’amore, il capolinea del sentimento. Stazione di arrivo raggiunta, gente! Si scende!