Viaggiare per viaggiare

22 luglio 2010

Faccio finta di viaggiare su un nastro di raso nero, qualche imbianchino paziente si è divertito a tratteggiarne la superficie. A centotrenta chilometri orari mi ritrovo a pensare che sarebbe bello, di tanto in tanto, vedere queste piccole strisce bianche prendere forme diverse, allontanarsi, perdersi e poi ritrovarsi, convergere al centro, costringere la mia automobile a seguirne i capricci e le predisposizioni. Ogni striscia bianca potrebbe essere una storia e, come tale, dipanarsi nel tempo e nello spazio, comprendere ogni mio singolo pensiero. Le mie parole invece rimbalzano sul tettuccio dell’automobile. Anche quando inizio a mormorare le note di un pezzo dei Pink Floyd, pezzo che una radio locale impazzita decide di mandare alle quattro del pomeriggio. Su quella partitura di asfalto e vernice bianca, le mie ruote scivolano veloci e non si fanno spaventare dai TIR, dalle manovre azzardate di impaurite vecchine alla guida di una Panda, dal sole in faccia. Più i Pink Floyd si inoltrano all’interno della canzone, più i miei pensieri si accavallano.

Soundtrack: Shine on your crazy diamond, Pink Floyd

Pagine vuote

5 luglio 2010


© kenofhu

«Le parole non possono scomparire. Devono essere qui, da qualche parte.»
«Sono sparite, io non le trovo più. Non riesco a fare altro che lamentarmi di averle perse.»
«Ma no, vedrai che torneranno. Staranno solo facendo un giro.»
«Voglio sperare.»
E restammo lì; io con un cumulo di pensieri indecifrabili e mai più ricostruibili, lei con le mani piene di oggetti inutili (un tascapane, un paio di pesche, un quaderno a quadretti, qualche moneta straniera, due o tre fermagli colorati, una vita passata ad aspettare di cominciare a viverla). Ci guardammo intorno e tutto ciò che riuscimmo a notare fu il movimento consistente delle fronde degli alberi. Si spostavano continuamente da una parte all’altra delle rovine, il sole ormai basso in altri momenti mi avrebbe permesso di esprimere qualcosa di sensato, di piacevole, financo di entusiasmante. Ma le mie parole mi avevano abbandonato, se n’erano andate durante la notte e avevo passato il giorno a dormire, quasi consapevole di questa nuova – ennesima – assenza.
«Dimmi qualcosa.»
«Non posso. Mi mancano.»
«Allora non dire nulla e fammi sentire qualcosa.»
E quel rudere fu l’occasione per farle cominciare a vivere la vita. Coprimmo i nostri occhi con un paio di bende turchesi (il colore giusto per farci trapassare lo sguardo dagli ultimi raggi del sole) e ci sdraiammo sull’erba in corrispondenza del transetto di questa cattedrale mai completata. D’un tratto, le chiesi hai freddo? posandole il braccio destro sul seno, come a circondarla. Lei mi rispose no con un bacio sul naso. E parlammo di tutto, le raccontai come avrebbe dovuto essere quella cattedrale se solo si fossero decisi a completarla finalmente, le dissi con le dita che non avrebbero più potuto farlo, che si sarebbe trattato di un falso storico.
Così come le mie parole; nel corso degli anni hanno costruito il mondo che mi circonda, ma non hanno finito. Hanno lasciato incompiuta la cattedrale della mia vita. E adesso avrò bisogno di tutti i colpi di reni possibili e immaginabili per viverla in maniera diversa. Nuova. Consistentemente impalpabile.

In grani grossi

24 giugno 2010

C’è un motivo, se mi piace lo zucchero di canna.
Nasce nelle bustine marroni, cresce lì dentro al riparo da tutto e poi nuota felice da tutt’altra parte. Non è una vita così brutta, in fondo. Lo zucchero di canna, poi, ha una particolarità da non sottovalutare: lo si trova quasi sempre in grani grossi. Non è impalpabile, non si sfarina con particolare facilità e, soprattutto, non si scioglie del tutto.
Mi ricorda Mont Saint-Michel, la lingua di sabbia che sbuca prepotentemente dal mare (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo vuoto, è il mare a permettergli di sopravvivere). Il mio fondo di caffè lambisce le pareti della tazzina e lascia affiorare piccoli squarci del mio eroe culinario. Lo zucchero di canna si coagula, rimane compatto nelle asperità del liquido scurissimo dentro il quale viene gettato con prepotenza (io, in verità, lo accompagno sempre con dolcezza), ma non muore.
Mi ricorda due persone che si abbracciano, due persone che trovano una completezza in un’azione così evanescente quale può essere un abbraccio (oppure, per gli amanti del bicchiere mezzo pieno, in un’azione così concreta quale può essere un abbraccio).
Mi hai detto che lo zucchero di canna non ti piace.
Ma, quando me l’hai detto, non sapevi ancora di essere dentro una bustina marrone. E, in brevissimo tempo, sei immersa nel caffè. Quello che tua madre prepara per te ogni mattina, non sapendo di gettarti tra le mie braccia.
Ho perso dieci anni di vita in un solo attimo, dietro una colonna. Al riparo da tutto. Quando ho deciso di rubarti dieci anni di vita con un solo bacio strappato alla folla.

Renaissance Hotel

21 giugno 2010

«Sentili.»
Accostavi l’orecchio al muro.
Sentivi tutto. I timidi sussurri, così come le sfuriate più violente. Li sentivi amarsi nel buio e tessere trame, l’uno alle spalle dell’altro.
«Non voglio più dormire qui», gli dicevi.
Lui scrollava le spalle, non c’era altro posto dove andare. Tutta la città era piena di turisti, trovare una stanza non era stato per niente facile. Allora accostavi di nuovo l’orecchio al muro, chiudevi l’occhio destro e con il sinistro vagavi nella vostra stanza. Lui alle prese con i bottoni di un cappotto scuro, le sue camicie sul letto, il tuo reggiseno in bilico sulla spalliera della sedia, gli spazzolini accoccolati sul bordo di un bicchiere consumato dal calcare. Forse ti montava dentro già da allora la voglia di scappare.
«Fanno l’amore.»
«Facciamolo anche noi», rispondeva lui con un sorriso timido.
Tu ci vedevi solo stanchezza, in quel sorriso. Stanchezza e poca voglia.
Mai fermarsi alle apparenze, soprattutto in amore. Lo avresti capito in una domenica d’aprile. E non l’avresti più dimenticato.
«No, non ne ho voglia. Voglio uscire.»
«Dove ti porto?», chiedeva lui con gli occhi spalancati per lo stupore.
Tu ci vedevi solo opportunismo, in quegli occhi. Opportunismo e poca voglia.
«Tu non mi porti proprio da nessuna parte. Non sono un pacco.»
Lo vedevi dibattersi nella rete, e ti piaceva. Ti faceva sorridere, era buffo quando lo prendevi in contropiede.

E non c’è altro da dire; arriva sempre il momento in cui ti rendi conto che le parole non vanno più bene per una storia, che il senso di un racconto lo hai perduto strada facendo. Io, questi due, li lascerei dentro questa stanza d’albergo, al centro di una città straniera e alla periferia del mio mondo.

CarboniododiciIdrogenoventidueOssigenoundici

19 giugno 2010

Dillo pure che quello che ti preoccupa maggiormente, in questa timida prova d’estate, è trovare un verme dentro la ciliegia che stai mordendo. A parte il fatto che non sai neanche morderla, quella ciliegia. Prima i denti, ricorda. Poi, dopo aver divelto la buccia sottile con gli incisivi, appoggia le labbra al frutto. Falle aderire perfettamente. Baciala, quella ciliegia. E poi fai finta di avere l’inizio di lui sulla punta delle labbra. Ma sì, l’inizio di lui, le sue labbra che aderiscono alle tue. Che fai, non tenti di morderle ancora? Di spremere quei frutti maturi e farne scaturire ogni pensiero, ogni dolcezza che diventa pensiero? Adesso dimmi: stai pensando ancora al verme? Se la risposta è , smetti di leggere. Non mi interessano le tue paure, io voglio le tue voglie. Se la risposta è no, benvenuta nel mio mondo, dove le cose si provano, dove si fanno tentativi, dove posso insegnarti come mordere una ciliegia e farla sanguinare, dove posso farti gustare la dolcezza di qualcosa che probabilmente non conosci.
È tutta lì la vita, tra le misure da prendere e i salti nel buio.

Soundtrack: Tonight, Tonight, Smashing Pumpkins

Prove tecniche

15 giugno 2010

Un telefono che squilla in una stanza vuota. Vediamo solo una finestra; la luce confortante di una domenica pomeriggio, si direbbe.
Stacco.
La mano del protagonista (una mano anonima, se non fosse per un piccolo graffio tra indice e pollice, in quell’angolo molliccio di carne appesa a malapena alla struttura ossea) afferra la cornetta e la alza. Si sente un clic.
Stacco.
La telecamera indugia sul protagonista, sul suo collo, sulla barba vecchia di un giorno, sulle rughe agli angoli della bocca. Si sente la voce di una donna, dall’altro lato del telefono. (Poi magari un giorno mi dilungherò parecchio sul fascino che esercitano su di me le voci al telefono; soprattutto quando non ci sono io al telefono a rispondere e sento indistintamente qualcuno parlare, così, di rimando, come se non fosse importante e poi invece ti riguarda sempre. In un modo o nell’altro.)
Stacco.
Lui risponde qualcosa, ma non lo capiamo. Bofonchia. Le labbra si aprono e lasciano venir fuori qualche suono poco articolato.
Stacco.
Di nuovo la voce di lei. Stavolta chiara, cristallina.
«Avevo chiamato per farmi sentire, perché so che allo sceneggiatore piace la mia voce da questo lato del telefono.»

Dimmi un diminutivo che posso usare con te

4 giugno 2010

Le parole costano. Più passa il tempo, più il loro valore aumenta. Un “ti amo” sussurrato nei primi mesi di una relazione ha un costo infinitamente minore del “ti amo” gridato a squarciagola nel momento in cui ci si sta perdendo. E allora ho deciso. Io voglio conservare le mie parole, perché un domani potrei averne bisogno. Potrei aver bisogno di chiamare insistentemente qualcuno che non vuole sentirmi, potrei aver bisogno di mille parole per circoscrivere un sentimento, spiegare la mia posizione, valutare ogni mio desiderio. Dunque adesso dimmi un diminutivo che posso usare con te. Sceglilo tu, scrivilo su un pezzo di carta e allungamelo tra le tazzine di caffè sporche del tuo rossetto e delle mie labbra. Dimmi un diminutivo e quello sarà il tuo nome.

Ripetizioni

4 giugno 2010

Leggo storie passate, gesti oramai inusuali, piccole malinconie di ritorno, stupide manie di superstizione. Leggo tutto questo e penso che non ce lo meritiamo. Ogni storia nasce, cresce e muore. A volte gli si fa un funerale pomposo (che potrebbe arrivare a durare giorni e giorni, con i parenti che piangono gridando il nome del defunto e i bambini che non capiscono nulla ma sentono nell’aria la tristezza), altre volte una manciata di terra sulla bara è più che sufficiente. In fondo, non siamo stati mai vicini. E, come ogni morte, anche la morte di una storia si porta dietro non tanto la paura del presente (della rottura), quanto la disperazione per il futuro. Quando ogni gesto fatto insieme si rivelerà maledettamente difficile da riprodurre in solitaria. Fare l’amore, in primis. Ma anche lavare i piatti, con le anche che si toccano, la tua morbidezza a contatto con i miei pantaloncini estivi. In fondo, non siamo stati mai vicini. Perché poi, nei mesi a venire, farà male anche solo pensare al luogo in cui potresti trovarti. Con chi. Come. Sei felice. Io no. Tu lo sarai senz’altro, come puoi non essere felice se ti ho privato delle mie paure, delle mie ansie, dei miei inutili egocentrismi. Anche io potrei essere felice, sì. Se penso alle cose che ti sei portata via, per esempio. Le gelosie, le sfuriate, il controllo su tutto. Ogni storia nasce, cresce e muore.
Qualcuno mi ha chiesto un consiglio, stamattina. Un consiglio per dare un senso alla propria giornata. Ho fatto una lista di cose da fare, ma il succo era fai quello che ti piace, solo per un giorno e vedrai che ne varrà la pena.
Usare i ricordi per viverne di nuovi. Piacevoli, moderni e privi di rimpianti.