Ricordo di aver pensato di tuffarmi e sparire tra le onde. Sento ancora il vento nelle orecchie e l’odore dell’erba sferzata dall’aria salata. Una goccia di acqua di mare per ogni pensiero buono e una goccia di acqua di mare per ogni pensiero cattivo. Ché poi non è facile distinguere una goccia dall’altra. Ogni fiore viola contribuisce alla riuscita di questo palcoscenico, di questa quinta teatrale che sa tanto di precisione matematica e ordine naturale delle cose. Ci sono cose che sì e cose che invece proprio no. Se ti avvicini di più, se sei pronta a toccare i fiori con il palmo delle mani planando sulla collina che poi si tuffa in mare, se pensi di poterli raccogliere e portarli con te, poi alla fine ti accorgi che si tratta di cardi, di fiori di cardi bellissimi e pungenti. Cerco di spiegartelo e tu mi dici che sai farci una frittata buonissima, che non tutte le cose che invece proprio no sono cattive, che non sai spiegarti ma devo fidarmi di te: possono diventare cose che sì, basta applicarsi un po’. Ed è una fatica, ma una fatica che ne vale la pena. E anche io non so spiegarlo meglio di così, se non fosse che spesso mi dico “tuffiamoci e spariamo”; che, in fondo, un po’ si tratta di sparire e un po’ di sparare.
Quelle cose che sì e quelle cose che invece proprio no
14 maggio 2013 di AntonioGiro una carta
5 maggio 2013 di AntonioC’è un nuovo gioco da fare in queste stanze vuote. Ho portato un mazzo di carte. Sono sempre meno e il numero non ha nulla a che vedere con tutto ciò. A volte penso che dovrei smettere di giocare, che forse dovrei crescere e forse dovrei imparare a giocare senza carte. Ma senza carte non c’è mazzo e senza mazzo non c’è casualità né fortuna.
Mi siedo per terra, i mobili sanno di cera polvere e naftalina, incrocio le gambe e conto fino a tre. Tre secondi, un secondo per ogni carta.
Giro la prima carta e la stanza muta, i mobili cominciano a vorticare paurosamente e poi spariscono, fanno spazio all’erba, un’erba sottile e ingiallita dal sole mi cresce sotto il sedere e tra le gambe.
Com’è che non riesco più a volare?
Giro la seconda carta e l’erba si volatilizza, ora c’è acqua ovunque; nei polmoni, nelle orecchie, tra le dita. Le carte si inzuppano, i colori scivolano via e rimangono solo le linee sottili dei disegni, i solchi lasciati da una matita logora. Una volta mi hai detto “no, non così, devi fare così, ecco, guarda”. E io ho guardato, ho imparato, sono cresciuto, ho fatto da solo. Forse non abbastanza, ma sempre da solo. Quest’acqua non m’insegna nulla, so già nuotare e tutto ciò che devo fare è spalancare le braccia e fare di queste carte pinne buone per fuggire.
Com’è che non riesco più a nuotare?
Giro la terza carta e mi ritrovo su un divano. La pelle aderisce alla mia, è quasi estate e sento rumori provenire dalla cucina della nonna. Il vecchio orologio a pendolo suona insistentemente, mi volto, ti vedo, mi sorridi. Poi mi fai una boccaccia. Questa è la carta più bella, quella dove passerei volentieri tutti i pomeriggi della mia vita. È la carta di quando ero bambino, la più consumata, la più smunta. La più viva.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #14
1 maggio 2013 di AntonioSai che c’è? Adesso prendo la macchina fotografica e vado a fare ciò che mi riesce meglio: catturare l’anima alle città.
Straniero
30 aprile 2013 di AntonioRidere perché il vicino di casa risponde con “un caffè pagato” al mio tenergli aperto il portone.
Sentire la sedia sussultare mentre il tram di mezzanotte si fa strada – una strada conosciuta e noiosa – tra i palazzi addormentati e le sirene di una polizia che non dorme mai.
Avere la percezione che Roma, tutto sommato, sia casa e lo sia diventata per forza di cose perché – come mi si rimprovera spesso – “tu che sei isolano non puoi trovare una patria dove il mare non c’è”. E invece sì. Perché capita di poggiare l’orecchio sui binari del tram, come facevano gli indiani nei film. Capita dunque di poggiare l’orecchio e sentire il binario trasformarsi in conchiglia, conchiglia grande quanto un auditorium. Il mare arriva da Ostia, si fa strada – una strada sconosciuta ed entusiasmante – tra pini marittimi e traffico concitato.
Sai cos’è? Ho immaginato l’estate del 2019, qui a Roma, due marmocchi e valigie pronte per fuggire in Sicilia. Per viverla da straniero.
Ma non ti senti solo quando vai al cinema da solo?
25 aprile 2013 di AntonioAprile. Apro gli occhi. Tu sei qui, hai il volto di un vecchio pescatore che ho incontrato sulle rive di un lago di montagna. Mi sussurri di fare il caffè, con i denti bianchi e l’alito che sa di Tic Tac alla menta. Chiudo gli occhi, li riapro. Sei ancora qui, stavolta con la faccia della mia maestra delle elementari. Mi chiedi di ripetere la tabellina del 7, lo faccio senza alcun problema. Le cose difficili mi riescono sempre, quelle facili quasi mai. Aprile è un mese strano a Roma. Un po’ piove, un po’ sembra giugno. Certo, sarebbe tutto più facile se tu non fossi seduto davanti a questo schermo a scrivere parole senza senso, contando i pochi francobolli cileni che ti son rimasti dopo aver deciso di non mandare più cartoline a nessuno, guardando la macchina a molla comprata a Berlino, rileggendo più e più volte i titoli dei libri che non hai il coraggio di iniziare. Dev’essere successo qualcosa da qualche parte, qualcosa che ti inchioda qui, Antonio. Le parole, quando vuoi, escono tranquille e vanno dove vogliono (o dove devono, le due cose non sono mai correlate). Quando non vuoi, invece, le parole rimangono dentro a marcire. E in tutto ciò non vi è nulla di metaforico. Stanno lì, tra i denti, sul palato, in gola a volte. Stanno lì e ti ritrovi a snocciolarle quando nessuno ti sente, quando nessuno ti vede, quando nessuno ti legge. Ho perso parole in via Labicana, parole ormai morte, parole che non sanno parlare. Ne ho perse alcune al gasometro, alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi, tra i sampietrini del quartiere Monti. Ho perso chili di parole sulle bancarelle di libri usati, in cinema di periferia, in quartieri anonimi e desolati.
Mi chiedi “ma non ti senti solo quando vai al cinema da solo?”. Ti rispondo di no. Non mi sento solo perché ci sono le mie parole, sedute accanto a me. Guardano il film e stanno in silenzio. Perché dovrei andare al cinema con altre persone se ciò che devo fare è stare in silenzio e guardare un film?
Mercoledì pomeriggio
3 aprile 2013 di AntonioÈ già aprile e, sai?, io sono diverso. In tutti questi anni mi hai visto sempre così concentrato sul passato, anche se non vorrei giungere ad affermare che vivevo solo per poi ricordare e raccontare tutto con una punta di nostalgia. Ho scritto centinaia di frasi e il tuo codice così sballottato e impreciso le ha registrate, fatte sue, regalate agli altri. Ci sono stati mesi in cui ho riversato qui tutto ciò che facevo, ogni singolo pensiero, ogni piccola aspirazione. Poi sono arrivate le reti sociali e il mio guscio si assottigliava sempre più, crescevano le spine e il mio muso tendeva ad allungarsi, a diventare un prodigioso strumento per scovare gli odori da lontano. Tu sei diventato sempre più qualcosa in cui rovesciare tutti i materiali per la creazione di un personaggio, tutti i film francesi, tutte le frasi a effetto, tutti gli ingredienti per un Antonio che non esisteva, che non è mai esistito. Il guscio sottile e gli aculei fitti e acuminati. I racconti di cose che poco mi appartenevano e sembravano più le vite che avrei voluto vivere. Adesso non so più se tenerti in vita, se accopparti, se fare finta di nulla e tornare ogni tanto a raccontare cose poco mie, ché di me – del vero me – sono stanco di scrivere.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #13
3 aprile 2013 di AntonioIl fascino delle isole è che puoi andarci e non essere sicuro di poter tornare a casa.
cheapness |ˈtʃiːpnɪs| #12
28 marzo 2013 di AntonioCerto, il Rinascimento era così perfettino e noioso ma forse era anche l’unica cosa che eravamo in grado di fare bene.
Un insulto alla vita
18 marzo 2013 di AntonioLa volontà si mischia spesso alla mala sbarra e non serve far finta di nulla, tergiversare, maledire e accompagnare il tutto con un gesto eloquente e tanta aritmia di vivere. C’è che probabilmente vorrei tornare ai luoghi dell’infanzia e a quegli odori mescolati ai sapori; dimenticare non mi è accaduto mai, salvo conservare per un tempo futuro attimi difficilmente comprensibili nel momento in cui accadono. Improvvisamente quei luoghi diventano una musica triste, un pianoforte colpito dal sole, qualche flauto alleggerito dal vento e poche note a ricordarmi quando ti aspettavo all’angolo, tra la siepe e il cancello, pronto a vederti ciondolare sul sellino di una bicicletta così moderna per te e così buffa per me. Intanto qualcuno grida forte; ricordo la linea della spiaggia farsi sempre più lontana, salvo accorgermene solo quando mi volto. Qui c’è il rumore del mio respiro, del mio cuore tra la gola e la trachea, un leggero movimento attorno a me e ombre scure – fitte, quasi maligne – sotto di me. Qualcuno si sbraccia a riva ma non riesco a vederlo, ho un occhio miope e un altro malato sotto una benda bianca. Ricordo la fame al ritorno dal mare, un po’ di salsedine dietro le orecchie e un piatto di tagliatelle coloratissime davanti all’occhio buono.
In vent’anni sono cresciuto così tanto che adesso la pasta fresca la faccio da me, nuoto ancora al largo, non ti vedo più svoltare la stradina di campagna a cavalcioni della bicicletta, non suono più la chitarra la domenica pomeriggio e riesco ancora a provare volontà e mala sbarra, contemporaneamente, quasi come fosse un’insulto alla vita.
L’ombelico
15 marzo 2013 di Antonio«Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.»
La luce e il lutto
Gesualdo Bufalino
Un euro e sessantotto. Un euro e sessantotto sono un patrimonio per un siciliano che intende sentire il profumo del gelsomino anche tra la vastità internazionale di una via che non ha più nulla di Nazionale. Un euro e sessantotto è esattamente la metà di tre euro e trentasei, e tre euro e trentasei è praticamente l’equivalente di seimilacinquecento lire. Trovo questo libro di Bufalino esattamente mentre non lo sto cercando. Sarebbe facile dire che è stato lui a trovare me, fatto sta che dopo pochi minuti mi trovo in una traversa di via Nazionale a incipriarmi il naso con lo zucchero a velo di una genovese appena sfornata. (Qui in principio v’era una digressione sulla stranezza di questa genovese provvista di uva passa e canditi ma poi ho preferito cancellarla.)
Il maglione sporco di zucchero a velo, questa striscia impudente di polvere bianca che cade dalla cintura fin sulle scarpe. Sorrido, penso alla Sicilia, a quelle granite sempre diverse e sempre in compagnia, all’estate fatta di bagni in piscine ricavate da grossi pozzi per l’acqua piovana, a quel letto così grande e così pieno di incubi, a quel cibo che mi fa sempre lacrimare di commozione, alla semplice idea del prendere qualche vestito e una coperta e andare via, in giro, tra i monti.
Mi sono svegliato di colpo. Eri morto e io piangevo. Piangevo perché ti avevo sognato morto e non ero riuscito ad allungarti la vita perché eri già morto. Questa è la Sicilia, quest’idea di poter intervenire sul naturale corso degli eventi semplicemente sognando la naturale interruzione del corso degli eventi. A volte, così lontano da casa, trovo il filo del mio destino. Lo rigiro tra le mani, tiro un po’ e mi accorgo che l’altro capo del filo sta lì, attaccato a un mandorlo nel centro della mia terra. E lì torno.











