E gennaio cedette il passo a febbraio

Sei stata il mio colpo di stato, il mio putsch fallito, il mio golpe cominciato bene e finito male. Mi ci hanno trascinato su quel patibolo, mi hanno condannato ai lavori forzati, mi hanno fatto sentire in bocca il sapore della sconfitta. E, prima di tutto questo, l’inconcludente ebrezza di una vittoria sfiorata, la consapevolezza che tutto sarebbe cambiato da quel giorno. E non facevo che ripetermi che in fondo filava tutto liscio, che gli scheletri nell’armadio non tintinnavano più tra loro, che le innumerevoli parole avrebbero travolto e sovrastato ogni pensiero cattivo. Sei stata il mio colpo di stato, la mia primavera in quel di gennaio, la mia assoluta dedizione per un progetto impossibile, la mia palpitazione, il mio mancare il colpo. L’appoggio dell’esercito non è stato determinante, le truppe si sono sparpagliate di fronte alla minima insicurezza. E son rimasto solo. Ad affrontare una guerra nuova.
Una guerra per la quale non sono preparato.

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Improvvisamente…

… avrei voglia di prenderne una mano, stringerne i fianchi, incollare due guance destre.
Improvvisare un lento, lasciando sbuffare la musica fuori dalle labbra, sentirne il calore.
Dentro una cucina, con i fornelli accesi, la pioggia fuori, la tristezza dentro.

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La playlist di febbraio.

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Tra i Fori e la stazione…

Avanti. Tu chiedimelo. Non devi fare altro che aprire la bocca e chiedermelo. Non serve molto, solo una dose di interesse, di voglia di capirmi, solo una piccola forma di preoccupazione. Basta aprire la bocca e chiedermelo. Chiederti cosa, mi dirai. E io risponderò che no, non si fa così, non devi chiedermi cosa devi chiedermi, devi solo chiedermi quel che già sai e che, per qualche strana ragione, non chiedi. Perché una sicurezza è l’ostacolo più grande verso la consapevolezza, perché inutile è il cammino di chi è conscio dei propri passi, perché la strada non è mai tutta in pianura. Checché ne dica il tuo tom-tom. E allora accosta, fermati, abbassa il finestrino e dimmi signore, signore, avrei una domanda da farle. E falla, diocristo. Così come da bambino volevo davvero chiedere al prete, ogni santa domenica, se quel pezzo di ostia fosse davvero il corpo di Gesù, se davvero stavo commettendo un atto di cannibalismo (perché da piccolo sapevo tutto del cannibalismo e quasi niente di Gesù, nonostante gli sforzi della rachitica signorina del catechismo). E invece no, accosti, ti fermi, abbassi il finestrino a metà e biascichi qualcosa tipo signore, signore, da qui si arriva a via Cavour?. Troppo sicura, baby, troppo sicura su/di tutto. E poi sciogliti, sii naturale, lascia stare quel pacchetto di sigarette e guardami negli occhi mentre me lo chiedi. Chiedimelo. Non mi sembra di pretendere troppo.

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Archivi

Il problema della lettura è che non finisce mai. L’altro giorno ero in una libreria a sfogliare un volume che si intitolava più o meno “I 1001 libri da leggere prima di morire” (e, senza far nomi, devo dire che il compito imposto dal titolo è impossibile per definizione, visto che almeno quattrocento dei libri indicati ucciderebbero comunque), ma da lettura nasce lettura – è proprio questo il punto, no? – e uno che non devia mai da un elenco prestabilito di libri è già intellettualmente morto. — Nick Hornby, Shakespeare scriveva per soldi

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